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Viaggio in Turchia

|  Federico Sborchia  | La Turchia è un paese magico, diviso su due continenti e toccato da altrettanti mari. In Turchia potete godervi il fascino immortale di Istanbul, potete sperimentare alcune meraviglie naturali come le terme di Pamukkale e i camini delle fate . Potete anche regalarvi una vacanza di mare ad Antalya o a Bodrum ma soprattutto potete osservare fino a che punto può giungere la decadenza di un uomo e soprattutto di un calciatore. La Turchia è un gigantesco calderone di culture, un crocevia storico come pochi altri e la Süper Lig ne è una degna espressione: un grandissimo mix di giocatori di ogni dove che qua confluiscono quando sentono vicina la fine. In questo viaggio vi accompagneremo di città in città e di squadra in squadra. Adana | Adana Demirspor Adana è ciò che resta della vecchia Antiochia di Cilicia, girando per Adana potete trovare il bellissimo castello armeno di Yılankale ma anche una notevole distesa di grattacieli. Tra le altre cose ad Adana...

Rottura


| Max Strati |

Il caso Icardi ha infiammato l’intera domenica calcistica, mettendo quasi in secondo piano quanto emerso dai vari campi.

      


Come tutti saprete il centravanti argentino, nonché capitano dell’Inter ha da poco presentato la sua autobiografia arrivata insieme al tanto agognato rinnovo contrattuale che porterà Mauro Icardi a guadagnare ben 5,5 milioni di euro l’anno. Fino a qui tutto normale, anche se, come vedremo, di normale e di sensato Mauro Icardi ha scritto poco. Tutto nasce nel febbraio del 2015 dopo una trasferta a Reggio Emilia in cui l’Inter è uscita sconfitta per 3-1; al termine della partita Icardi si recò sotto la curva ospite regalando la sua maglia ed i suoi pantaloncini ad una bambino a cui sono stati strappati con violenza (questo è ciò che riporta Icardi) da un tifoso facente parte del settore ospiti che li ha gettati verso lo stesso Icardi con disprezzo. A questo punto tra Icardi e il tifoso è scoppiata un’accesissima discussione che ha visto volare insulti e minacce. Icardi nel suo libro afferma poi che negli spogliatoi, nel post gara, parlando con i compagni sarebbe stato disposto anche ad affrontare tutto questo gruppo di tifosi, sostenendo che quest’ultimi non avrebbero potuto immaginare ciò che gli sarebbe successo, poiché Icardi avrebbe chiamato dall’argentina alcuni suoi amici criminali pronti anche ad ammazzare questi tifosi. Chiaramente le sue parole non sono passate inosservate e, prontamente, la Curva Nord interista ha diramato un comunicato in cui prende le distanze da Icardi definendolo un pagliaccio ed invitandolo a togliersi la fascia da capitano. Come se non bastasse nel corso del match casalingo contro il Cagliari (perso malamente dall’Inter 1-2) Icardi ha sbagliato un calcio di rigore fornendo una prestazione ben al di sotto delle sue potenzialità. E’, però, chiaro che come hanno anche detto Zanetti ed Ausilio, queste parole non potranno passare inosservate e sicuramente verranno prese delle decisioni forti riguardo ad Icardi (oltre una pesantissima multa si dice che forse il centravanti argentino verrà anche privato della fascia).

Lasciamo ai lettori una questione non di poco conto: una curva, che sappiamo essere condizionante per un giocatore, può "sforare" in questo modo quella che è la legittima protesa e il dissenso continente? C'è spazio per questo modo di tifare? Roviniamo il calcio perché un calciatore scrive quando non deve scrivere, parla quando non deve parlare. Ma la procedura, con termini e responsabilità differenti, può essere invertita.

Ecco le parole di Icardi prese dalla sua biografia:

"A fine partita ho trovato il coraggio di affrontare la Curva, insieme a Guarin. Mi tolgo maglia e pantaloncini e li regalo a un bimbo. Peccato che un capo ultrà gli vola addosso, gli strappa la maglia dalle mani e me la rilancia indietro con disprezzo. In quell'istante non ci ho più visto, lo avrei picchiato per il gesto da bastardo appena compiuto. E allora inizio a insultarlo pesantemente: "Pezzo di merda, fai il gradasso e il prepotente con un bambino per farti vedere da tutta la curva? Devi solo vergognarti, vergognatevi tutti". Detto questo gli ho tirato la maglia in faccia. In quel momento è scoppiato il finimondo. Nello spogliatoio vengo acclamato come un idolo... I dirigenti temevano che i tifosi potessero aspettarmi sotto casa per farmela pagare. Ma io ero stato chiaro: "Sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo". Avevo sputato fuori queste frasi esagerate per far capire loro che non ero disposto a farmi piegare dalle minacce. Una settimana dopo un capo storico viene da me: pretende ancora le mie scuse. "Non devo chiedere scusa a nessuno di voi, se vi va bene perfetto, altrimenti ciao... Oggi fra me e i tifosi della Nord c'è rispetto reciproco, come è giusto che sia. Anche loro hanno un ruolo importante per il successo della squadra..."

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